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  • Immagine del redattoreGoffredo Bordese

La fatica e il sorriso

Aggiornamento: 25 dic 2023




Da piccolo ho sempre avuto paura dei clown. Mi incutevano timore. C'era qualcosa di cupo e sinistro che mi manteneva in uno stato di allerta. Mi divertivano i loro giochi, le loro "magie", ma mantenevo uno stato di allerta continuo, come se non potessi fidarmi della solo apparenza, come se ci fosse altro di tetro che non riuscivo a vedere e definire.

Poi da grande capii il ruolo della maschera, delle maschere in letteratura, della tristezza dietro al sorriso, del desiderio e della paura che molti hanno nel pesare sugli altri e che li porta a minimizzare la propria fatica, ad esserci per tutti tranne che per sé stessi, nella speranza che una miglior "apparenza" possa aumentare la possibilità di essere amati.

La maggior parte delle persone che chiedono il mio supporto hanno questa "malattia".

Una sorta di sorriso costante incontrollato di cui non sono consapevoli e che li protegge dal loro sentire, dai propri sentimenti e dalle proprie angosce, che più cercano di emergere e più si allargano le rughe del sorriso.

Io la chiamo "sindrome del cameriere", perché quando facevo il cameriere e tutto avevo in testa tranne che portare una pizza al tavolo con il sorriso, mi veniva automatico (e un po' obbligatorio) sorridere ed essere gentile, a discapito ovviamente di un sentimento interno che tutto era tranne che dolce e amorevole.

Le circostanze richiedevano finzione, così era per me quando facevo il cameriere, così era per le tantissime persone che "soffrono" di questa "ilare anestesia".

Le circostanze hanno richiesto di dover andare avanti ad ogni costo, di potersi fare le domande ma di non poter attendere le risposte, perché se fossero arrivate le VERE risposte, tutto sarebbe saltato.

Andando un po' in palestra mi sono venuti i calli sui palmi della mano.

Il mio corpo ha cercato di proteggermi dallo sfregamento continuo con il ferro dei bilancieri e delle sbarre.

Se all'inizio il corpo soffriva sia per la fatica che per lo sfregamento sulle mani, ora lo sforzo è praticamente solo per il sollevamento dei pesi.

Bene, credo che inconsciamente il corpo ci difenda allo stesso modo nella sfera emotiva. Crea dei calli emotivi, degli strati di "pelle" atti a proteggerci, ma che al contempo ci toglie parte della sensibilità verso di noi e verso il prossimo.

La cosa buona è che sotto i calli c'è sempre la pelle viva...Già, perchè i calli sono composti da pelle morta, così come lo sono gli strati di difese emotive che la nostra psiche ha costruito nel tempo.

Pensieri e sentimenti morti che non permettono a quelli "vivi" di emergere.

Una cosa che faccio praticamente sempre quando incontro qualcuno che ha la "sindrome del cameriere", è chiedergli se si accorge di sorridere e se il sorriso esterno coincide con lo stato d'animo interno. Nella maggior parte delle volte le persone non si rendono nemmeno conto che continuano a sorridere e che l'intensità del sorriso è direttamente proporzionale alla gravità di ciò che mi stanno raccontando.

Poi chiedo di cercare di far coincidere la mimica facciale con il racconto.

Se dentro non sorridono, gli chiedo di non sorridere fuori.

Ecco che arriva il disagio, il silenzio.

La gola si chiude, il fiato si accorcia.

I mostri iniziano a risalire le scale che portano dalla cantina al primo piano; primo piano arredato benissimo, decorato, profumato e sempre in ordine.

Spesso ho la sensazione che per molti , e forse per tutti noi, la vita sia un po' come il nuoto sincronizzato.

Fuori vediamo il trucco, un sorriso degno delle foto ai matrimoni, ma non vediamo cosa avviene sotto l'acqua.

Le nuotatrici devono fare uno sforzo immane tra gambe e colpi di reni per restare con metà busto fuori dall'acqua.

Ciò che applaudiamo è possibile grazie alla fatica che non vediamo.

Chi definiamo "tanto una brava persona", si fa un culo indicibile per esserlo.

Non è "brava" a caso. Quel "brava", "gentile", "solare", comporta uno sforzo costante, tanto costante che è diventato cronico.

Quella persona ingoia rospi, si fa carico di cose che nessuno gli chiede pur di far andare meglio le cose. Si mette in disparte non sentendo nemmeno più la fatica di farlo.

La cosa più difficile da portare alla luce, è renderli consapevoli di non sentire più la fatica e fargli sentire il sacrificio che li ha portati a credere che qualche ora d'aria ogni tanto sia sufficiente a mantenere un reale equilibrio interno.

Allora poi arriva sempre la stessa risposta: e cosa devo fare , piangere?

Devo mollare tutto?

Assolutamente no!

Questa risposta è figlia della dualità, di un pensiero distorto che ci porta a credere che o si vince o si perde, o siamo buoni o siamo cattivi.

Il problema è diventare consapevoli. Consapevoli di aver fatto delle scelte che credevamo "scelte", ma invece erano condizionate dagli eventi, dalla nostra storia, dall'idea di persona che avremmo voluto essere.

Nessuno dice che sia giusto mollare tutto, scappare, abbandonare situazioni e affetti costruiti su consapevolezze parziali.

Lo scopo è rendersi conto della fatica, essere onesti con sé stessi. Accettare il proprio limite, proprio magari per essere ancora più presenti e onesti in ciò che facciamo e non compressi e acidi come spesso succede.

Quindi, prova a fare un gioco semplice. Quando affermi un tuo stato d'animo, accertati che il corpo sia coerente con il vissuto che stai raccontando.





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